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  • "... Uno degli altri tengu chiese: 'Se è così, come mai uno come me non riesce a raggiungere la Via, nonostante si sforzi di praticare?'. Il demone rispose: 'Cosa significa che non riesci a raggiungerla? Vi si può pervenire anche solo studiando i Saggi, a maggior ragione praticando un’arte come quella della spada. Ascolta, l’arte della spada rappresenta la disciplina e l’esercizio della Grande Energia...'".

    Tratto da Il Discorso del Demone sulle Arti Marziali, di Issai Chozanshi.

    31 MARZO - 1° APRILE 2012:
    SEMINARIO DI SHODO AL WASEIKAN
    CON NORIO NAGAYAMA SENSEI

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    Placido Procesi

    Commemorazione di Placido Procesi,
    il sesto anniversario

    L’Accademia ha ricordato Placido Procesi, scomparso l’11 ottobre 2005. La sua commemorazione costituisce un momento particolarmente intenso, scandito dalle dimostrazioni di Iaido e di Kyudo, in cui ciascuno dedica le proprie frecce o i propri kata a un grande Uomo della Tradizione, la cui Idea si vuole qui portare avanti e coltivare.

    E’ con questo spirito che pubblichiamo alcune parole del maestro Kenzo Awa, accostandole a un’immagine del Waseikan, il luogo che Placido Procesi volle fondare ed animare come luogo in cui, anche in futuro, fosse possibile accostarsi all’insegnamento tradizionale ed avviarne la pratica…

    Commemorazione di Placido Procesi, sesto anniversario

    11 aprile 2011: i Sensei in visita alla sepoltura di Placido Procesi

    Dopo il seminario di Kyudo che si è svolto nel Waseikan dal 7 al 10 aprile, Fumio Hayashi sensei, Hideya Nakano sensei, Kazuo Minai sensei e Yoriko Kakitani sensei si sono recati in visita alla sepoltura di Placido Procesi (nel cimitero monumentale di Roma del Verano). Con grande compostezza i sensei e i componenti dell’Accademia che li hanno accompagnati hanno offerto le loro preghiere per l’anima di un grande Uomo della Tradizione quale fu Placido Procesi.

    Hayashi sensei e Nakano sensei dinanzi alla tomba di Placido Procesi
    Il Preside dell'Accademia e i sensei presso la sepoltura
    I sensei con i componenti dell'Accademia intervenuti
    La tomba di famiglia di Placido Procesi

    11 ottobre 2010: Commemorazione di Placido Procesi, nel quinto anniversario della scomparsa

    Placido Procesi è mancato cinque anni fa. L’Accademia che da lui ha preso il nome si è riunita in questo anniversario, e frecce bianche sono state tirate in suo onore. Dimostrazioni di Kyudo e di Iaido hanno poi suggellato l’identità e la finalizzazione di un’Accademia che vuole attraversare gli anni presenti per tramandare alle generazioni di domani questa possibilità di conoscenza e di trasformazione dell’essere umano.

    Giacché al di là della persona di Placido Procesi, che più di uno non ha mai conosciuto – come è fatale con il passare del tempo – ciò che rende preziosa la sua commemorazione è la perpetuazione dell’idea di Accademia, del metodo e dell’attitudine che ne scaturiscono e a cui lui stesso non si stancò mai di esortare nel corso di tutta la sua vicenda terrena.

    Commemorazione Placido Procesi 2010

    Il tiro delle frecce bianche in onore di Placido Procesi.


    11 ottobre 2009: Commemorazione di Placido Procesi, nel quarto anniversario della scomparsa

     

    Placido Procesi in mokuso

    L’11 ottobre l’Accademia ha commemorato la figura del Dottor Placido Procesi, nel quarto anniversario della sua scomparsa.

    I membri della Scuola hanno effettuato degli enbu di Kyudo e di Iaido, nella consapevolezza che il modo migliore per ricordare la figura di Placido Procesi sia quello di dare il meglio di sé, nella pratica come nella vita.

    Alla luce del suo insegnamento, coerente con le verità di sempre, la giornata è stata contrassegnata dalla letizia, nella certezza che la sua scomparsa è stata propriamente una rinascita in una realtà più grande e luminosa.

    L’Accademia rinnova così il suo impegno ad ispirarsi a quei principi tradizionali che Placido Procesi tradusse costantemente in atto.

    Yawatashi

    Yawatashi - I
    Yawatashi - II

    Enbu di Iaido

    Enbu di Iaido - I
    Enbu di Iaido - II

    Enbu di Kyudo

    Enbu di Kyudo - I
    Enbu di Kyudo - II

     

     

     

    1979-2009: Trentennale della morte di Junichi Yamamoto sensei

    L’Accademia Romana Placido Procesi ricorda quest’anno la figura di Junichi Yamamoto, sensei di Kyudo, morto d’infarto a Roma in occasione di una manifestazione organizzata dalla Hyogo Federation della città giapponese di Kobe e patrocinata dal quotidiano “Kobe shimbun”

    La vicenda

    Nel febbraio 1979 ebbe luogo nel Palazzetto dello Sport di Roma una grande manifestazione che vide la partecipazione di diversi gruppi delle arti del Budo giapponese (Kyudo, Iaido, Karate, eccetera) provenienti dalla Prefettura di Hyogo. All’evento era presente il Dottor Placido Procesi. A capo del gruppo di Kyudo era Osamu Takeuchi sensei, Presidente della Federazione di Kyudo di quella Prefettura. Dopo la dimostrazione di diversi gruppi, venne il momento del Kyudo, con una serie di tiri cerimoniali. A uno di questi partecipava il maestro Junichi Yamamoto. Concluso lo Sharei in modo impeccabile ed uscito dall’area di tiro, Yamamoto sensei accusa un malore, e viene soccorso dal Dottor Placido Procesi, che subito riconosce i segni di un infarto in corso.

    Trasportato d’urgenza in ospedale, Junichi Yamamoto muore alle prime luci dell’alba.

    Il significato

    Junichi Yamamoto sensei in Hadanugi-dosa

    Junichi Yamamoto sensei nel suo ultimo Sharei. Qui è ripreso mentre effettua Hadanugi-dosa,
    il movimento per sfilare la manica del kimono. (Stampa originale, per gentile concessione della Famiglia Procesi)

    Dopo avergli prestato i primi soccorsi, il Dottor Placido Procesi accompagnò in ambulanza Yamamoto sensei, ed insieme agli altri maestri giapponesi vegliò in ospedale il malato. Quest’ultimo, senza lamentarsi, prima di morire chiese “due gocce d’acqua, per favore”.

    Questa dolorosa vicenda fu d’importanza capitale per il radicarsi a Roma di una nuova scuola di Kyudo, e questo principalmente per due motivi.

    Innanzitutto, in ospedale fu riscontrato sul ginocchio sinistro di Yamamoto sensei un ematoma. Cosa vuol dire? Chi conosce il Kyudo sa che nella fase preparatoria al tiro propriamente detto l’arco viene appoggiato sul ginocchio sinistro. La presenza di un ematoma in quel punto sta a significare che la crisi infartuale era già in atto durante tale fase, con tutti i sintomi che ciò comporta (angoscia, affanno, eccetera). Nulla però era trapelato all’esterno, segno di un eccezionale autocontrollo da parte di Yamamoto sensei, il quale, nonostante le terribili condizioni, portò a termine i suoi tiri.

    Questo comportamento imperturbabile, erede di fatto di quello degli antichi samurai, colpì profondamente il Dottor Procesi e gli amici che lo accompagnavano.

    In secondo luogo, dopo le esequie celebrate a Roma, il figlio di Yamamoto sensei e Osamu Takeuchi sensei fecero visita al Dottor Procesi, e in segno di ringraziamento per quanto questi aveva fatto gli fecero dono dell’arco e delle frecce utilizzati da Yamamoto sensei nel suo ultimo Sharei. Ciò fu ritenuto estremamente significativo dal Dottor Procesi, il quale espresse la volontà di avviare la pratica del Kyudo, senza limitarsi ad appendere alla parete arco e frecce, come fossero un mero ricordo. Ebbe così inizio un’avventura che vide il Dottor Procesi fondare una scuola di Kyudo, coadiuvato nell’insegnamento da quei sensei giapponesi con cui fu stabilito un rapporto tanto sincero quanto proficuo, che proseguirà anche dopo la morte del Dottor Procesi stesso, allorché la maggior parte degli allievi di quella scuola daranno vita all’Accademia Romana Placido Procesi in segno di fedeltà e continuità.

    In tal senso, quindi, la morte di Junichi Yamamoto sensei riveste un’importanza centrale nelle radici dell’Accademia Romana Placido Procesi.

    La testimonianza

    Di quella manifestazione di tren’anni fa vogliamo riportare il racconto di Antonello, allora uno dei “ragazzi” del dott. Procesi ed oggi membro della nostra Accademia.

    “Il ricordo di quella serata – ci racconta con una velata nostalgia – è rimasto indelebile nella memoria, e nonostante siano passati trent’anni, ha cambiato la mia vita e quella di tanti che hanno vissuto, con il dottor Procesi, l’esperienza del Kyudo”.

    Cosa conoscevate allora del Giappone?

    “Da alcuni anni, sotto la spinta e l’incoraggiamento del nostro Dottore, frequentavamo la palestra Athlon, al quartiere Talenti, per praticare kendo con un insegnante giapponese, Junji Endo. Apprendemmo, così, insieme ai primi rudimenti delle arti marziali, anche altri aspetti della cultura e dell’arte giapponese: dall’ikebana allo zen, dalla solennità della cerimonia del tè alla forza ed eleganza dello shodo, l’arte della calligrafia.

    Una sera, non ricordo chi di noi, comunicò che si sarebbe svolta al Palazzetto dello Sport di Roma una esibizione di tutte le arti marziali giapponesi (un avvenimento certamente raro). Finalmente avremmo visto cose che fino ad allora avevamo solo letto sui libri”.

    Arriviamo così alla famosa sera…

    “Eravamo cinque o sei persone con il Dottore. Il primo ricordo è una folla straripante ed urlante dagli spalti. Seguivano in modo esagitato le varie esibizioni degli atleti, si trattava di un gran numero di discipline, molte delle quali non erano mai state eseguite fuori dal Giappone. Questo stato d’animo durò fino a quando arrivò l’ultima disciplina, il Kyudo.

    Junichi Yamamoto sensei in Kai

    Yamamoto sensei mentre tira. E' già colpito
    da infarto, ma ciò non gli impedisce
    di portare a termine il tiro cerimoniale.
    (Stampa originale, per gentile concessione
    della Famiglia Procesi)

    La nostra attenzione fu attratta dalla calma dei sensei durante la preparazione del loro tiro. Impassibili, davanti ad una folla scomposta cominciarono la loro dimostrazione. Come per incanto, dopo poco, la gente sugli spalti ammutolì quasi di colpo. Era la magia del kyudo.

    Tra le persone che partecipavano notammo l’eleganza e la forza di una persona, che in seguito sapemmo essere Yamamoto. Tirò due frecce con uno stile perfetto e con grande solennità concluse la cerimonia. Rientrati ai loro posti si misero ad assistere a un altro Sharei. Vidi Yamamoto sensei parlare con una signora giapponese al suo fianco, che massaggiò il suo braccio; poco dopo i giapponesi della sua squadra accorsero intorno a Yamamoto.

    Capimmo, ovviamente, che era successo qualcosa di grave. Dagli altoparlanti gli organizzatori chiesero se c’erano dei medici tra gli spettatori e, come spesso accade in questi casi, subito Procesi, insieme ad altri colleghi, si recò da Yamamoto. Immediatamente fu diagnosticata la gravità del malore: infarto. In poco tempo arrivò l’ambulanza che lo portò all’ospedale San Giacomo, seguiti dal nostro Dottore.

    Anche ai medici del pronto soccorso fu evidente la gravità della situazione, ma ciò che li sbalordì fu che, secondo la loro diagnosi, Yamamoto aveva tirato le due frecce con il malore in atto, senza subire alcuna emotività causata da un dolore certamente lancinante.

    Fu una notte terribile e commovente.

    Il Dottore vegliò insieme ai giapponesi il paziente, il quale non si lamentò mai, chiese solo ogni tanto un po’ di acqua.

    Purtroppo, alle prime luci dell’alba Yamamoto sensei moriva.

    E qui avvenne qualcosa di straordinario. Il Dottore, per puro caso, sapeva che in quei giorni a Roma c’era un prete shintoista che fu rintracciato e che poté celebrare un funerale tradizionale giapponese. Di questa serata e delle ultime ore di Yamamoto, il Dottore prese spunto per ricordarci la dignità dei giapponesi e la loro fermezza anche davanti al dolore e alla morte. Fu un’esperienza che colpì molto tutti noi”.

    Come avvenne l’incontro con Takeuchi sensei ed il figlio di Yamamoto sensei?

    “Qualche settimana dopo arrivò a casa del Dottore un telegramma dal Giappone, a firma del Presidente della Federazione della Prefettura di Hyogo, Osamu Takeuchi sensei, nel quale lo si informava che sarebbe arrivato a Roma con il figlio di Yamamoto per ringraziarlo di quanto aveva fatto per il padre negli ultimi momenti della sua vita.

    Il pomeriggio dell’arrivo, credo fosse una domenica, alcuni di noi ragazzi erano a casa Procesi in attesa dei giapponesi. L’incontro con Takeuchi sensei e con il figlio di Yamamoto fu commovente.

    Dopo i convenevoli di rito e i ringraziamenti, il figlio volle regalare a Placido le ultime due frecce che suo padre aveva tirato quella sera a Roma. Intervenne anche Takeuchi che, rivolgendosi al Dottore, gli disse, come fosse la cosa più semplice di questo mondo, che spettava proprio a lui il compito di creare una scuola di Kyudo a Roma. Nessuno di noi conosceva il tiro con l’arco e tanto meno c’era chi poteva insegnarlo. Un impresa ritenuta subito impossibile, ma non dal Dottore. Il maestro Takeuchi rispose che avremmo dovuto impegnarci e che i maestri giapponesi ci avrebbero seguito”.

    Il resto è storia…

    “Infatti, come sai per vari motivi non ho praticato il Kyudo, pur essendo sempre vicino a tutti voi e al Dottore nelle varie vicissitudini di questa avventura. Ma ora che pratico comprendo l’importanza di questa disciplina ed ogni volta che a kamidana vedo la foto di Yamamoto sensei non posso non pensare a quella sera di trent’anni fa con un pizzico di commozione”.